giovedì 19 aprile 2018

A noi tocca decidere in piena autonomia (di Aldo Moro)


Articolo scritto per “Il Giorno” nel gennaio 1978 e non pubblicato “per motivi di opportunità”.


I giudizi espressi nei giorni scorsi da parte americana sugli sviluppi della politica italiana e la possibilità di accesso dei comunisti al Governo del nostro Paese hanno destato vivaci polemiche ed introdotto qualche nuova ragione di tensione. Conviene però essere molto obiettivi nel guardare
all’insieme di questa vicenda. È comprensibile e giusto, si osserva, che un Paese indichi ad un altro, amico ed alleato, proprio in considerazione del particolare vincolo che li unisce, i pericoli che vede emergere all’orizzonte e le conseguenze che, in determinate circostanze, possono verificarsi?
Queste valutazioni in quanto riguardino l’opinione pubblica in generale e si esprimano per canali appropriati, sono ineccepibili. Se una democrazia non fosse in grado di accettare e di riassorbire una polemica, e per giunta in materia così delicata ed importante, essa cesserebbe di essere tale e cioè
viva, problematica ed aperta. Vi sarebbe conformismo e non invece dialogo e ragionato consenso o dissenso. Le cose sono un po’ diverse, se le valutazioni siano formulate in sede di Governo (o dietro sigle trasparenti) e fatte conoscere senza vincolo di discrezione. In tal caso fattori esterni incidono in un dibattito in corso nelle sedi competenti ed influenzano le decisioni. In queste circostanze la non interferenza si risolve nella rinuncia a porre concreti impedimenti; del tutto naturale, del resto, in una grande potenza che è anche una grande democrazia. Siffatti giudizi dunque potrebbero turbare ed impacciare i sinceri amici dell’America i quali sono tanti, forse più che non si pensi, nel nostro Paese.
Di più il rendere pubblici dei punti di vista, perché se ne tenga conto, non solo genera disagio ma obiettivamente limita la libertà di manovra politica, della quale l’altrui valutazione finirebbe per apparire la ragione esclusiva o prevalente. Certo l’autonomia di decisione resta, nella complessità delle sue motivazioni, perché essa è ad un tempo un diritto e un dovere. Tuttavia taluni delicati problemi di politica internazionale, come altre rilevanti circostanze, non sfuggono, ci siano ricordati o meno, alla nostra attenzione ed al nostro senso di responsabilità.
Si può immaginare allora che, per un canale improprio, il destinatario sia, più che il Governo o l’opinione pubblica del Paese amico, uno Stato terzo nel quadro di equilibri di potenza, ovviamente non solo militari, ma politici da preservare a livello mondiale. E questa è una cosa che sarebbe
da ingenui non comprendere, prima perché è un dato della realtà (e fuori dalla realtà non si fa politica), poi perché un assetto bilanciato è un fattore di pace, certo non sufficiente, ma essenziale. Trattandosi di un dato di tale natura, non si può certo dunque ignorarlo, anche se è fuori discussione un qualsiasi intervento di forza ed evidente la difficoltà di influenzare complessi processi legati a condizioni storiche, economiche sociali, psicologiche e politiche talvolta scarsamente comprensibili fuori dei confini. Può determinarsi però in un’atmosfera internazionale più difficile e più pericolosa.
Il Partito Comunista Italiano ha percepito con la consueta lucidità il carattere delicato di questo nodo e vi ha corrisposto con una scelta, quella di accettare la Nato, frutto, più che di vocazione, di rigoroso realismo politico in uno spirito di lealtà del quale non vogliamo dubitare. È evidente peraltro che la situazione ha aspetti problematici e che dubbi e preoccupazioni esistono in coloro, i quali indubbiamente contano in quel generale contesto politico nel quale siano inseriti. Certo un’esperienza qual è quella che i comunisti italiani chiedono di fare (i francesi sembrano più lontani dal desiderarlo davvero), pone per tutti degli interrogativi e trova perciò risonanza anche all’Est, dove non mancano moniti, i quali, per essere di stampa, non cessano di essere autorevoli. Non tocca a noi però fare il conto dei dati favorevoli o contrari. A noi tocca decidere, sulla base della nostra conoscenza, in piena autonomia, ma con grande equilibrio e senso di responsabilità. Per questo riscontriamo delle diversità non trascurabili ed escludiamo una sorta di generale alleanza politica con il Partito Comunista, della quale mancano le condizioni. Ma vi è uno spazio nel quale, guardando agli interessi del Paese, in una situazione che è indiscutibilmente eccezionale, in presenza del venir meno dei legami tradizionali dei partiti, è possibile raggiungere una positiva concordia sui programmi ed un grado di intesa tra le forze politiche e sociali, i quali consentano, con una soluzione equilibrata ed adatta al momento, di far fronte all’emergenza e di sperimentare un costruttivo rapporto tra partiti molto differenziati, che la realtà della situazione obbliga a non ignorarsi ed a non paralizzarsi, provocando con ciò la paralisi, e forse peggio, dell’Italia. Su questa leale trattativa, che includa strumenti giuridici atti a rendere non più necessari taluni referendum, si gioca l’esito della crisi con la possibilità di scongiurare eventi traumatici. Vale la pena di cogliere
il significato politico e di fare appello alla prudenza, all’intelligenza, allo spirito aperto di coloro sui quali ricadono le massime responsabilità.

giovedì 21 settembre 2017

Ahinoi: dal V-day alla Rivoluzione Cosmetica?


Dai vip ai padri nobili, dai migranti a Cernobbio, alle recenti critiche per le regole delle primarie. Sui cinque stelle è stato detto tutto e il contrario di tutto. Premetto che condivido la scelta di andare a Cernobbio, perché in politica bisogna confrontarsi con tutti. Inoltre non condivido i malumori nei confronti delle nuove regole per la scelta del candidato premier. Non entro nel merito delle regole, primo, perché sono in conflitto di interessi, il primo punto mi ha penalizzato impedendo di candidarmi, secondo, perché condivido la regola “pro Di Maio”, una manifestazione di assoluto buon senso.
Chi critica il cambiamento di posizione del Movimento su migranti, jus soli, Euro o le regole “ad personam” per la scelta del candidato premier, probabilmente non ha capito l’essenza della novità a cinque stelle, una forza innovativa e quindi difficilmente inquadrabile. Mi ci sono volute molte letture, esperienze personali dentro il movimento e molto tempo per comprendere questa realtà.
Ho individuato nel Principio di Legittimità del Garante il principio regolatore delle scelte politiche e strategiche dei cinque stelle, cioè della vita interna del movimento. E’ assolutamente una perdita di tempo contestare ai cinque stelle la mancanza del principio di legittimità democratica come regola interna, primo perché non è l’unico principio di legittimità, secondo perché è un principio in decadenza sostanziale anche se in forte ascesa formale, terzo non è previsto dall’articolo 49 della Costituzione.
I principi di legittimità sono entità incorporee ma allo stesso tempo sostanziali, paragonabili ai semidei della cultura pagana o agli arcangeli della cultura cattolica, intermediari tra l’uomo e la divinità regolano sia l’esercizio del potere sia la sua successione. In particolare un principio di legittimità disciplina la trasmissione del potere in modo non violento. Ai tempi di Alessandro Magno non esistevano principi di legittimità, la sua ascesa al potere è iniziata con una serie di omicidi familiari. Una approfondita e dettagliata spiegazione sui principi di legittimità lo potete trovare nel libro “Potere” di Guglielmo Ferrero, una succinta spiegazione la potete trovare nell’e-book “El mona sa tutto” di Omero Ciacola (che sono io).
Il Potere è la più diseguale tra le relazioni umane, perché pone un soggetto in una situazione di superiorità rispetto agli altri, il principio di legittimità regola questo rapporto diseguale, si esplica dal basso verso l’alto nel suo contenuto legittimante (governati verso governante), dall’alto verso il basso nell’esercizio del potere (Governante verso Governati), quindi deve essere accettato dai governati, che lo considerano giusto in base a comuni ideali, principi, convinzioni religiose e culturali.
I principi di legittimità non sono giusti o sbagliati in assoluto, non hanno omogeneità storica ne territoriale, la loro validità dipende dal momento, dalle convinzioni politiche e dai concetti culturali dominanti. I principi di legittimità di base sono quattro:
il princio aristo-monarchico, elitario
il principio ereditario
il principio elettivo
il principio democratico.
Esiste anche il Principio Originario, tipico dei fondatori, ma non è un principio di legittimità, perché non disciplina la successione al potere da un soggetto all’altro, ma solo il suo esercizio. E’ un principio straordinario e si applica solamente in casi eccezionali, Romolo era capo di Roma in qualità di fondatore, Berlusconi e Grillo in qualità di fondatori di Forza Italia e 5 Stelle. Quindi il principio originario può essere costitutivo di potere ma non è un principio di legittimità.
Alcuni esempi ci permetteranno di capire meglio il concetto. Il Vaticano e la Cina, sono regolati dai principi di legittimità aristo-elitario ed elettivo è completamente assente il principio democratico. Nessuno si sognerebbe mai di contestare l’autorità di Papa Francesco a governare la Chiesa perché non è stato eletto democraticamente con il voto di tutti i preti e le suore, inoltre, la designazione dei partecipanti al Conclave non avviene in modo democratico, ma elitario, mentre il papa è eletto in base al principio elettivo. Come nessuno contesta la legittimità di Xi Jinping, anche se la sua candidatura e proposta da un solo partito, ratificata dal voto popolare. Questo perché i due principi di legittimità sono considerati giusti dalla collettività ( cattolica e cinese) e accettati, quasi sempre, in modo sincero e convinto. Quando manca la sincerità e la convinzione si possono manifestare episodi di ribellione. Ma questo è un altro discorso. La stessa Repubblica di Venezia era regolata dai principi aristocratico, ereditario ed elettivo. Il doge veniva eletto tra i rappresentanti delle 400 famiglie iscritte nel Libro d’Oro della Repubblica (principio aristocratico). La successione dei componenti nel Libro d’Oro avveniva in base al principio ereditario, il Doge veniva designato in base al principio elettivo, nessun cittadino veneziano non iscritto nel Libro d’Oro avrebbe mai pensato di contestare la legittimità del doge perché non elettore.
I principi di legittimità hanno una componente umana: nascono, crescono, mutano e possono anche cessare. Ad esempio il principio di legittimità monarchico non è più in vigore in Italia. Lo stesso principio democratico inizialmente era inteso in modo elitario e censitario, successivamente sessista, e solo nel dopoguerra è diventato universale ed egalitario, almeno formalmente.
Anche il principio di legittimità del Garante ha avuto le fasi di nascita, crescita e consolidamento. La sua prima manifestazione si è avuta nell’ottobre del 2008 a Treviso, la sua formulazione si è concretizzata con il “non statuto”, la sua prima manifestazione concreta è del marzo del 2010.
Il principio di legittimità del Garante è il principio regolatore dei rapporti interni del Movimento, perché è accettato sinceramente e convintamente da tutti gli attivisti e iscritti 5 Stelle. Non ha senso parlare di giusto o ingiusto, esso rappresenta l’identità culturale, etica e storica della comunità. Mugugni e malumori sono fisiologici e rientrano nella normalità, ma chi ha messo in discussione il principio è stato escluso per salvaguardare la comunità, oppure si è allontanato spontaneamente.
Ma quali sono gli elementi costitutivi del principio di legittimità del Garante. Esso trova il suo fondamento nel Principio Originario (Grillo e Gianroberto Casaleggio) a cui si aggiungono tre tipi di principi di legittimità: quello Ereditario, quello Elettivo e quello Elitario.
Il principio di legittimità Ereditario si è manifestato e consolidato con la successione di Davide Casaleggio al padre. Questa successione è stata percepita ed accettata come giusta dal popolo a 5 stelle, altrimenti Davide non avrebbe nessuna legittimazione, è assolutamente fuori luogo contestarne l’autorità da chi è esterno al movimento. Il principio di legittimità Elettivo è quello che disciplina la scelta dei candidati a livello comunale. Una combinazione del principio Elettivo ed Elitario disciplina la scelta dei candidati alle istituzioni di rappresentanza regionali e nazionali. Attualmente, salvo modifiche, ci sono due livelli Elitari: quello per concorrere al parlamento, è sufficiente aver fatto parte di una lista civica; quello per candidarsi a Premier, è necessario essere stati almeno una volta eletti. Individuati i candidati con il principio elitario si ritorna al principio elettivo. Lo stesso principio elettivo è subordinato al principio originario del Garante. Il cerchio si chiude.
Chiarito il contesto dei principi che regolano i 5 stelle, appaiono decisamente stonate sia le critiche di Imposimato che le provocazioni di Saviano. In questo contesto però, si inserisce un’anomalia al principio di legittimità del garante, cioè il candidato premier Gianmarco Novi. In base alle dichiarazioni di Di Maio a Cernobbio, non mi riferisco all’accantonamento del referendum sull’euro, cosa di assoluto buon senso, ma alla disambiguazione della posizione sulla moneta unica, dove si è passati da un’eventuale contrapposizione all’idea europeista alla sua accettazione, prospettando una fantomatica e fantasmagorica riforma dell’Europa. Il candidato premier Novi ha dichiarato, che tra i suoi obiettivi ci sono: "riportare in Italia la sovranità monetaria, istituire il bilancio partecipativo statale" e i referendum "sul modello svizzero". La sovranità monetaria è in distonia con la svolta di Cernobbio, approvata dal salvatore Mario Monti.
Come iscritto, elettore e sostenitore della Costituzione Italiana mi chiedo: la “benedizione” di “quel ramo del lago di Como” è il coronamento dell’impegno di molti attivisti? La svolta di Cernobbio è sotto l’egida del principio di legittimità del Garante? E’ sintomo di un cambiamento reale o di una Rivoluzione Cosmetica?
Naturalmente Gianmarco Novi avrà il mio voto, spero che il sostegno di un jurassico grillino non lo danneggi, ma, supererà la prova del Principio di Legittimità del Garante?
Ubi (Di) Maior minor cessat”

sabato 24 dicembre 2016

Compagni Fascisti


Parlare della locuzione “Compagni Fascisti”, in tempi di precarietà diffusa, può sembrare inutile, nella realtà questo apparente ossimoro, può aiutarci a capire molte cose, perché non c’è lavoro, perché il risparmio non è più garantito. Perché per esempio ci prendono in giro quando dicono di voler tutelare il contribuente, ma nello stesso tempo fanno pagare le conseguenze di un sistema bancario europeo assurdo ai risparmiatori, dimenticando che contribuente e risparmiatore sono nel 99% dei casi la stessa persona, mentre il restante 1% talvolta è uno svogliato contribuente che sa benissimo come salvaguardare il proprio risparmio.
La storia ci insegna che la differenza tra destra e sinistra non è sempre stata netta e chiara. “Compagni Fascisti” è un arzillo vecchietto quasi centenario, infatti, risale al 9 ottobre 1919 la sua comparsa in un discorso ufficiale. All’inaugurazione del primo congresso dei Fascisti a Firenze, Mussolini, preceduto da un’ovazione, iniziava così il suo discorso: “Compagni Fascisti, non so se riuscirò a farvi un discorso molto ordinato perché non ho avuto modo, secondo la mia abitudine, di prepararlo. Un discorso Fascista io mi ripromettevo di pronunciare…..”, era il periodo rivoluzionario proletario, in cui il movimento fascista non aveva ancora preso la connotazione di partito, che porterà anche alla sostituzione di “compagno” con “camerata”. Ai compagni fascisti, e alle iniziali affinità con il programma dei Fasci da Combattimento del 23 marzo del 1919, si rivolgeranno i comunisti italiani nel 1936 con L’appello ai fratelli in camicia nera” firmato da 60 dirigenti del Partito Comunista tra cui Palmiro Togliatti, sono interessanti alcuni passi dell’appello. “[…] La causa dei nostri mali e delle nostre miserie è nel fatto che l’Italia è dominata da un pugno di grandi capitalisti, parassiti del lavoro della Nazione, i quali non indietreggiano di fronte all’affamamento del popolo, pur di assicurarsi sempre più alti guadagni, e spingono il paese alla guerra, per estendere il campo delle loro speculazioni ed aumentare i loro profitti.” più avanti prosegue: “Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi. LAVORATORE FASCISTA, noi ti diamo la mano perché con te vogliamo costruire l’Italia del lavoro e della pace, e ti diamo la mano perché noi siamo, come te, figli del popolo, siamo tuoi fratelli, abbiamo gli stessi interessi e gli stessi nemici,...”
Le affinità storiche non si esaurisco qui. Come sappiamo il Partito Nazionale Fascista, rinnegherà il programma sansepolcrista del movimento fascista, voltando le spalle a quei lavoratori a cui inizialmente si rivolgeva. Come il fascismo novant’anni fa oggi, la classe dirigente di sinistra ha abbandonato la tutela dei lavoratori per tutelare la stabilità monetaria e la concorrenza. Non deve quindi stupire se il City Journal, rivista dei conservatori del Manhattan Institute for Policy Research, in un’interessante analisi di Fred Siegel sulla situazione politica francese afferma che Marine Le Pen, piano piano, buona buona, sarà il nuovo candidato della sinistra francese. ( Una mia libera traduzione del titolo originale French Twist, How Marine Le Pen quietly became the left-wing candidate in the French elections). Secondo Siegel questo è avvenuto perché la classe lavoratrice francese è stata abbandonata dalla sinistra, così come è avvenuto con la loro controparte in America.
Naturalmente solo un conservatore arguto e sostenitore del candidato di destra, il liberista e thatcheriano Fillon, poteva indicare con lucidità, chi realmente in Francia sta lottando contro le politiche europeiste basate essenzialmente sullo smantellamento del welfare e sulla riduzione dei salari, care al liberismo.
E’ il paradosso dell’unione monetaria europea sostenuta dalla classe dirigente di sinistra, che ha indirizzato la classe lavoratrice verso i compagni fascisti, italiani e francesi, che, forse a loro insaputa, sono in linea con il fu movimento fascista e i bolscevici di casa nostra, cioè, difendono i lavoratori, ma per i compagni fascisti, prima quelli italiani e francesi.
E’ fuorviante quindi la vecchia distinzione tra destra e sinistra, basata su vecchi schemi, quello che fece ieri la destra mussoliniana, lo sta facendo oggi la sinistra globalista. Pasolini aveva capito l’inadeguatezza di questi schemi, e denunciò con largo anticipo la nascita del nuovo autoritarismo in giacca e cravatta più pericoloso del vecchio fascismo, lo scrittore friulano aveva individuato nel pensiero ordoliberista il vero nemico di una società libera e giusta.
Il paterno autoritarismo ordoliberista ha modi pacati, educati, da anni somministra pillole avvelenate di un fuorviante sogno europeo, di un globalismo mercantile propagandato come dispensatore di benessere, ma in realtà distributore di disparità; può avere il volto dei moderati conservatori di destra (Merkel, Fillon, Rajoy) come dei moderati innovatori di sinistra (Hollande, Renzi, Tsipras), ma anche il volto dei demagoghi antidogmatici “ne di destra ne di sinistra”, come di quelli che: “fuori dall’euro c’è la sciagura”. Il nuovo pensiero ordoliberista non ha come nemico la destra e nemmeno la sinistra del manifesto di Ventottene. Il principale nemico dell’ordoliberismo sono le costituzioni progressiste come quella italiana, dove i valori di libertà e giustizia sociale sono un tutt’uno inscindibile, e non sono considerati valori distinti e contrapposti, come vuole farci credere l’ideologia ordoliberitsta del “più Europa”.
Qual’è la destra, qual’è la sinistra quindi?
Sono di sinistra quelli che considerano la libertà e la giustizia sociale come un unico valore, che ritengono siano degni di tutela il lavoro ( dipendente e imprenditoriale) e il risparmio; sono di sinistra quelli che hanno capito che grazie al più Europa, alla mattina davanti allo specchio vedono un contribuente e un risparmiatore, cornuto il primo, mazziato il secondo.
Sono di destra gli europeisti del job act e del bail in, dell’austerità espansiva, del pareggio di bilancio e del fiscal compact, delle riforme a qualsiasi costo. Ha ragione Fred Siegel, la compagna fascista Marine Le Pen sarà, a sua insaputa, la futura candidata della sinistra francese, così come gli italiani il 4 dicembre sono stati antieuropeisti a loro insaputa. Quando si perdono di vista valori della Costituzione si perde il lavoro, si perdono i risparmi, si perdono il senso di appartenenza e la speranza, la differenza tra destra e sinistra esiste ancora, ma non è più quella di una volta. Così è (se vi pare), e anche se non vi pare.

venerdì 2 dicembre 2016

L’Italia è una repubblica fondata sul mercato.


Abbiamo visto come il vero scopo della riforma sia l’assoggettamento della Costituzione e del Popolo Italiano all’Unione Europea. Di fatto il principio sancito dall’articolo 1 della Costituzione, l’Italia è una repubblica democratica fondata sul Lavoro, in caso di vittoria del SI, verrà sostituito, nella sostanza, anche se sarà presente nella forma, dal nuovo principio, L’Italia è una repubblica oligarchica fondata sul nercato, sulla stabilità dei prezzi e della moneta.
Ho trovato tragicamente sarcastico, ma orribilmente reale la riscrittura dei primi dodici articoli della Costituzione realizzati da "Filippo" sul blog "Il Pedante":

Art. 1.
La Provincia italiana dell'Unione europea è una Plutocrazia oligarchica, fondata sul profitto. La sovranità appartiene al mercato, che la esercita attraverso l'oligarchia alla luce dei progressivi limiti di accettazione dell'opinione pubblica.

Art. 2.
La Plutocrazia disconosce l'esistenza di diritti inviolabili dell'individuo, sia come singolo, sia nelle reti sociali ove si palesa la sua specificità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà cosmetica, egoismo economico, e autismo sociale.

Art. 3.
Tutti gli attori del mercato hanno dignità in misura proporzionale alla loro capacità di spesa, e sono diversi davanti alla legge, dovendosi considerare il sesso, l'orientamento sessuale, la razza, la lingua, la religione, i pregiudizi politici, le condizioni personali e sociali.
E' compito della Plutocrazia rimuovere gli ostacoli di ordine etico ed ed i retaggi ideologici, che, limitando di fatto la concorrenza e la meritocrazia, impediscono il pieno sviluppo del mercato, e l'effettiva reificazione di tutti gli individui nell'organizzazione tecnocratica, economicistica e postumana della Provincia.

Art. 4.
La Plutocrazia riconosce l'immutabilità delle leggi economiche, e la necessità di una quota fisiologica di disoccupazione determinata dal ciclo economico. Ogni individuo è libero di svolgere una attività o una funzione che massimizzi la sua ricchezza materiale o la sua popolarità.

Art. 5.
La Plutocrazia, espressione dell'Unione europea, indebolisce progressivamente le autonomie locali; attua nei servizi che da essa dipendono, la massima centralizzazione amministrativa; adegua i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'Unione e dell'oligarchia.

Art. 6.
La Plutocrazia tutela con apposite buone pratiche le minoranze linguistiche della Provincia, con particolare riguardo per quella italiana.

Art. 7.
La Plutocrazia e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati alla luce della pubblica opinione. Le modificazioni dei rapporti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione formale delle norme.

Art. 8.
Tutte le confessioni religiose sono egualmente deprecabili e superate. Le teorie economiche diverse dal liberismo sono da considerarsi infondate ed utopiche nella misura in cui contrastino con l'ordinamento economico e giuridico della Provincia. I loro rapporti con l'Eurocrazia sono regolati attraverso la creazione di apposite categorie nel dibattito pubblico.

Art. 9.
La Tecnocrazia promuove lo sviluppo della cultura delimitandone con precisione gli ambiti e la ricerca scientifica e tecnica orientate alle esigenze del mercato e della competizione globale. E' indifferente al paesaggio e negligente verso il retaggio storico e artistico della Provincia quando essi non siano monetizzabili.

Art. 10.
L'ordinamento giuridico della Provincia si conforma alle norme del diritto europeo ed internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica del migrante è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Il migrante, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà economiche garantite dalla Costituzione della Provincia italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Tecnocrazia, secondo le legittime necessità di deflazione salariale dei padroni. Non è ammessa l'espulsione del migrante per formalità giuridiche.

Art. 11.
La Provincia italiana riconosce la guerra come strumento di salvaguardia dei propri interessi e di quelli dei suoi alleati e come mezzo didattico verso i popoli non democratici; si adegua alle scelte europee e transatlantiche per assicurare l'espansione del blocco occidentale che assicuri la stabilità della propria influenza; promuove interventi unilaterali nelle aree contese.

Art. 12.
La bandiera della Plutocrazia è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni. Può essere utilizzata esclusivamente insieme alla bandiera dell'Unione europea, rispettando il parametro numerico massimo di una a dieci.


domenica 4 settembre 2016

Testicoli sesquipedali

Testicoli sesquipedali ha un impatto erotico sarcastico superiore al più comune teste di cavolo, con cavolo pronunciato con due zeta. L’aggettivo sesquipedale nelle sue accezioni: enorme, smisurato, madornale, è figurativamente più efficace anche del semplice accrescitivo anatomico -one, perché l’utilizzo di testicolo sesquipedale ha valenza soprattutto nei confronti di chi mente sapendo di mentire, oppure omette scientemente informazioni che potrebbero inficiare le affermazioni espresse, ed esclude chi, per impossibilità o negligenza, accetta la condizione di -one, di solito accostato  al pube femminile nelle cementificate lande venete.
Mi riferisco alla quasi totalità della nostra classe digerente e ai loro consapevoli complici dell’informazione mainstream.
Per esempio non è stata data nessuna informazione sull’indagine interna del FMI che denuncia il più grave episodio nella storia dell’istituzione di Bretton Woods in merito alla gestione della crisi dell’eurozona e della crisi greca in particolare. Il FMI chiede scusa per il sacrificio inutile imposto alla Grecia. La regola è: prima ti ammazziamo poi ti chiediamo scusa, ma te lo chiediamo in modo tecnico, lo pubblichiamo nei nostri report tecnici, ma non te lo spieghiamo.
Tecnicamente si tratta di un errore di stima sul moltiplicatore fiscale della Grecia. Praticamente significa che tutti i sacrifici fatti dai greci, e dagli italiani, sono inutili. Compresi i sacrifici dei nostrani azionisti delle banche venete.
Il moltiplicatore fiscale, assieme al moltiplicatore monetario, è un numeretto che ci dice: come, quanto e in che direzione agiscono gli interventi del governo e dell’autorità monetaria nella gestione della crisi.
Se ipotizzo che il moltiplicatore fiscale è 0,5 allora una diminuzione delle spesa pubblica ha effetti positivi sia sull’economia che sul debito pubblico. Ma se ipotizzo uno 0,5 e pianifico le scelte economiche di austerity su questo dato, ma nella realtà il moltiplicatore fiscale è superiore all’uno, come il caso della Grecia e dell’Italia, una diminuzione della spesa pubblica ha effetti contrari a quelli auspicati, il risultato sarà un aumento del debito pubblico, una diminuzione del PIL, un aumento del rapporto deficit/PIL e un aumento della disoccupazione.
La porcata consiste nel fatto che tutti gli esperti economici a livello mondiale sanno che i moltiplicatori fiscali reali di quasi tutti i paesi sono superiori ad uno, e sono casi rari, quasi inesistenti, i moltiplicatori fiscali reali sotto l’uno.
La logica dell’austerity per funzionare ha bisogno che il moltiplicatore fiscale sia inferiore a uno, se è superiore l’austerity non funziona. Le aziende chiuse o fallite, i disoccupati, gli azionisti espropriati hanno cominciato ad assaporare il gusto della disinformazione. Spero che fra questi non vi siano anche coloro che hanno festeggiato all’avvento di Monti & C.
Forse qualcuno comincia a capire che uno dei principali mantra della disinformazione è in realtà uno specchietto per gli allocchi. Per adesso quello che posso fare è informare.

AEP: il FMI ammette la sua disastrosa infatuazione per l’euro, chiede scusa per il sacrificio della Grecia.

sabato 9 luglio 2016

Quanto ci costa la demagogia del: “più Europa”























Il grafico qui sopra (fonte: Vincitori e Vinti) comprensibilissimo alla casalinga di Voghera e alla housewife di Ottringham, risulta incomprensibile solamente ai remain nostrani.
Il grafico mostra che la borsa di Milano (linea rossa) vale il 25% in meno dall’inizio dell’anno, mentre la perfida Albione (linea blu), al netto dello scivolone Brexit, ha guadagnato il 5%.
Secondo voi chi è diventato più povero?
Il confronto è tra due paesi che appartenevano entrambi all’Europa, con la differenza che quello che ha perso di più appartiene anche all’eurozona, cioè è legato alla demagogia “più Europa”.
Al netto delle contingenze giornaliere, i piùeurpeisti preannunciano sfracelli per la Gran Bretagna, però ho notato che nessun organo di informazione sostenitore del “più Europa”, ha riportato il discorso di Nigel Farage al parlamento europeo. Farage si è permesso anche di canzonare chi lo sfotteva: “Ascoltate, per un momento, un po’ di economia semplice e pragmatica. Tra di noi, tra i vostri paesi e il mio paese, c’è un’enormità di commercio in beni e servizi. Questo commercio porta benefici a entrambe le parti. Questo conta. Se voleste tagliarvi via il naso dalla faccia, se voleste rifiutare qualsiasi idea su un accordo ragionevole, le conseguenze sarebbero assai peggiori per voi di quanto lo siano per noi. (…) Ma se vorrete andare al punto di reintrodurre i dazi doganali sui prodotti come le automobili, centinaia di migliaia di lavoratori tedeschi rischierebbero il proprio lavoro”, guarda caso l’assemblea europea era presieduta dal suo presidente tedesco. Angela Merkel, che è la meno stupida del gruppo, ha stabilito subito: “Indietro tutta!”
Scusate se vi pongo alcune domande: ma è più demagogico il populismo del “fuori dall’Europa” o è più demagogico l’intellettualismo elitario del “più Europa”?
Demagogia è un termine di origine greca (composto di demos, "popolo", e aghein, "trascinare") che indica un comportamento politico che tendente a ottenere il consenso delle masse lusingando le loro aspirazioni, specialmente economiche e di sicurezza sociale, con promesse difficilmente realizzabili.”
Le promesse difficilmente realizzabili le hanno fatte i fuori Europa o i più Europa?
Se la Grecia nel 2011 era il più grande successo dell’Euro, la Brexit nel 2016 è il più grande successo di chi, o di che cosa?

domenica 26 giugno 2016

Lettera di una persona semplice


Cari Studiati,
ho letto i vostri commenti al risultato ella Bressit. Io non sono studiato perché mio padre un giorno mi ha detto: “Omero doman non te ve scola, parché bisogna tirar su le panoce”, così mi sono fermato definitivamente alla seconda elementare, ma voi studiati dovreste spiegarmi perché quando il popolo vota come volete voi è maturo e democratico, mentre quando vota come non volete voi è bue e ignorante.
Comunque avete ragione voi la Bressit è stata una siagura, i 400 uomini più ricchi del mondo hanno perso 127 miliardi, i 400 milioni di uomini più poveri e ignoranti del mondo non hanno perso nulla. Bisognerebbe abolirli sti poveri, così la smetto a non rimetterci quando le borse calano.
Cordialmente vostro
Omero Ciacola