giovedì 14 aprile 2016

17 aprile: giornata nazionale del dialogo in ricordo di Guido Calogero, contro l'imbecillità collettiva.


La dea storia a volte si diverte alle nostre spalle, in un momento storico di stitichezza concettuale e di diarrea verbale, vuol vedere se abbiamo imparato qualcosa dalle sue lezioni e per verificarlo ci propone delle coincidenze istruttive. Una di queste è il 17 aprile.

Come quasi tutti sanno il 17 aprile ci saranno le votazione per il referendum sulle trivelle petrolifere, forse non molti sanno che il prossimo 17 aprile è anche il trentesimo anniversario della morte di Guido Calogero, un politico troppo intelligente e lungimirante per essere ricordato in un paese con troppi apprendisti stregoni. La lettura dei suoi saggi è un toccasana per la mente e per chi vuole capire: perché viviamo in un periodo di crisi, perché i risparmi vanno in fumo, perché i giovani non trovano lavoro, perché oggi stiamo peggio di trenta anni fa. Perché stiamo perdendo la libertà.

A mio avviso la data della sua morte, per la strana e curiosa coincidenza con questo referendum dovrebbe essere celebrata come giornata nazionale del dialogo come cura contro l'imbecillità collettiva.

Oltre che un grande maestro di democrazia, Bobbio lo definì maestro del dialogo, infatti Calogero definiva la vera democrazia, non il paese degli oratori, ma il paese degli ascoltatori, più che nella bocca, la democrazia è nelle orecchie. Qui si intuisce subito perché in un paese dove la priorità è la delegittimazione dell'avversario, indipendentemente dall'argomento (banche o trivelle), un gigante del pensiero democratico come Calogero sia scomodo e quindi dimenticato.

Infatti, è proprio la mancanza di dialogo tra Governo e Regioni che ci farà spendere dei soldi che potevano essere risparmiati, inoltre sfido chiunque a definire dialogo chiarificatore un qualunque talk show sull'argomento.

Calogero partiva dal presupposto che la democrazia è il sistema di contare le teste invece che di romperle. Ma per contare o rompere le teste ci vuole qualcuno che le rompa o le conti. La democrazia quindi, non è un concetto astratto, ma è un modo di comportarsi, un modo di agire di Caio o di Tizio, mio e tuo. Per Calogero la domanda “che cos'è la democrazia?” deve essere riformulata nella domanda “che cosa debbo fare per essere un buon democratico?”. “Tu devi- diceva Calogero- non rompere le teste degli alti ma contarle”

Assistere a spaccamenti di teste collettive, benché la sua frequenza stia aumentando, è ancora abbastanza raro, invece è molto più frequente, osservava Calogero, l'atteggiamento di non tener conto degli altri, a fare in modo che la volontà altrui non ostacoli per nulla il raggiungimento dei nostri fini. E' l'atteggiamento tipico del bambino che vuole mangiarsi tutta la torta anche se ci sono altri bambini che ne vogliono un pezzetto anche loro. Questo atteggiamento fanciullesco viene camuffato da astuti ciarlatani con scarso senso democratico come decisionismo.

E qui vediamo subito che gli uomini di scarso senso democratico son già coloro che tendono a sopraffare gli altri nella conversazione , che non stanno a sentire quello che gli altri dicono, che tagliano loro la parola prima che essi abbiano finito di esporre il loro pensiero.

Le persone che hanno qualcosa di intelligente da dire solitamente sono le più rispettose, la violazione del metodo democratico del dialogo vedrà i mediocri verbosi sopraffare gli intelligenti timidi.

Inoltre, i mediocri verbosi hanno come alleato l'astensionismo dell'opinione, attività tipica di chi non vuole fare nessuno sforzo di pensare con la propria testa e assumersi la responsabilità delle sue idee.

L'arma dei timidi, quindi, è riappropriarsi del dialogo democratico, il 17 aprile è importante andare a votare, perché ci costringono a votare su una questione che poteva essere risolta con il dialogo e il buon senso, quindi possiamo insegnare l'arte del dialogo ai nostri governanti andando a votare.

Il 17 aprile misureremo il nostro senso democratico e speriamo che Guido Calogero non si rivolti nella tomba nel male augurato caso in cui l'imbecillità collettiva prevarrà, mentre le nostre menti migliori, da anni, risolvono il problema agli altri.

martedì 12 aprile 2016

L’€uro batte Gesù 8 a 0. (Parte prima)




L’€uro batte Gesù 8 a 0. (Parte prima)

Nel suo programma elettorale, il famoso “discorso della Montagna”, Gesù usa i toni più duri, non contro il sesso, ma contro Mammona. Gesù non ha mai detto chi ama il sesso odia Dio, ha detto chi ama il sesso è un “birichino”, ma ha chiaramente spiegato che: Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona.
Che il suo discorso programmatico anti Mammona non fosse una scelta azzeccata lo attestano le primarie dell'epoca, infatti, il Nazzareno perse il ballottaggio con Barabba, che aveva un rapporto meno conflittuale con Mammona. Bisogna dire che il sant’Uomo se l’era cercata. Non solo fece un programma elettorale di due paginette talmente chiaro, che tutti, ancora oggi, fanno finta di non capire, ma va nel tempio a fare casino con i cambia soldi: ma Benedetto Figlio del Padre, non si fa così, se disturbi la finanza poi si alza lo spead. I Farisei che di denaro ne capivano, lo prendevano in giro, e gli dicevano: “Ma dove vai con queste idee”. Infatti, che Gesù stia perdendo alla grande contro Mammona è sotto gli occhi di tutti, tanto che Papa Francesco ha dovuto ricordare ai fedeli il passo del Vangelo.
A questo punto qualcuno potrebbe dirmi che Mammona oggi ha diversi nomi: dollaro, yen, yuan, sterlina, franco svizzero, anche loro sono incompatibili con Gesù, non solo l’euro.
L’osservazione è giusta, ma, mentre le altre monete sono principalmente valute e diventare un devoto servitore del dollaro, dello yuan o della sterlina, è una libera scelta del singolo, l’euro non è solamente una valuta, l’€uro è una religione, è un sistema di governo. L’€uro è un dio crudele che ha bisogno di sacrifici, in aperto conflitto con Gesù.
Intendiamoci, chi non crede nel messaggio di Cristo, non ha problemi di coerenza, ma i cattolici che sostengo l’€uro sono in aperta contraddizione con la fede che professano.
Chi avrà la pazienza di proseguire non si pentirà.
Innanzitutto vediamo come l'€uro realizzi in pieno il significato di Mammona. Con una breve ricerca su internet, troviamo che il significato del termine mammona, nella radice ebraica, ha lo stesso significato di una parola che usiamo al termine di una preghiera, "amen", che nella nostra lingua significa "così sia", cioè qualcosa che è sicuro, che è certo, che non si discute. Ebbene, il termine "Mammona", nella lingua aramaica ed ebraica, significa ciò che è certo, ciò che da sicurezza, ciò su cui si può contare. Quindi, "Mamon", "Mammona", definisce tutto quello su cui si può contare. Non mi sembra che ci siano dubbi sul fatto che si possa contare sull'euro, lo sanno benissimo i greci che per l'€uro hanno appena ceduto i loro porti e aeroporti ai tedeschi. Se poi qualcuno di voi mi sa spiegar perché i soldi per salvare la Grecia li tiriamo fuori tutti, ma i porti se li prendono i tedeschi, lo ringrazierò. Primo mistero gaudioso dell’€uro.
Ma ritorniamo a bomba. Vediamo perché l’€uro è una religione in netto contrasto con il cristianesimo. Gesù ha detto chiaramente, e qualche volta anche scandalizzando, che la ricchezza deve essere al servizio dell’uomo, l’€uro invece ha come presupposto inderogabile il servizio dell’uomo alla ricchezza. La religione cristiana e la religione eurista sono esattamente l’opposto l’una dell’altra.
Gesù non condanna il semplice possesso ma la concezione e l’uso dei soldi, non si può “ servire il denaro”. Keynes 1900 anni dopo Cristo introducendo la differenza tra “moneta come mezzo di scambio” e “moneta come riserva di valore”, questa distinzione ci aiuta a capire la differenza tra l’euro come denaro e l’€uro come religione (mammona).
Per capire meglio questa antinomia vediamo qual è il progetto economico di Gesù e quello dell’€uro.
La teoria economica di Gesù e di suo Papà, cioè del Grande Capo, si trova nella parabola del fattore imbroglione, chi non la ricorda può leggerla nel vangelo di Luca 16,1-13 .

Gesù il fattore imbroglione e l’economia del benessere.

La parabola racconta di un amministratore imbroglione che vien scoperto dal padrone, che, prima di mandarlo via, gli ordina di fargli i conti. Il fattore imbroglione approfitta della cosa facendo degli sconti ai debitori del padrone, quindi, all'imbroglio che aveva già fatto al padrone, aggiunge pure quest'altro imbroglio!
Gesù sorprende tutti con il finale della parabola: "Il padrone lodò quell'amministratore
disonesto, perché aveva agito con scaltrezza". Quindi Gesù, in questa parabola, mette in bocca al padrone, che pur era stato imbrogliato, un elogio per questo fattore, perché vedendosi perduto aveva usato scaltrezza.
Ma che razza di economista è questo Gesù, capite che avevano ragione i Farisei a canzonarlo.
Questa parabola serve a Gesù per introdurre l'insegnamento che rivolge ai suoi discepoli e quindi ai credenti di tutti i tempi. "Ebbene io vi dico. procuratevi amici con l'iniqua Mammona".
Gesù non ha mai avuto parole contro il benessere della gente. Anzi, la volontà di Dio è che l'uomo stia bene, ed è stato chiaro da subito che la volontà di Dio era: "Che nel mio popolo
nessuno sia bisognoso". Questa è la principale volontà di Dio e tutte le leggi che il Capo aveva emesso erano concepite perché nessuno nel suo popolo fosse bisognoso e Cristo lo ribadiva anche a costo di scandalizzare.
Quindi il benessere non è malvisto, il benessere non è negativo, ma fa parte della volontà di Dio. Che il popolo viva bene, che il popolo sia nel benessere non deve essere visto come qualcosa da rifiutare, ma un qualcosa da cercare. Per Gesù però se il benessere è positivo deve esserlo per
tutti. Il benessere diventa negativo quando appartiene soltanto ad una piccola parte della popolazione, mentre la stragrande maggioranza ne è priva. Allora Gesù, in questo insegnamento, provocatoriamente dice: "Procuratevi amici con l'iniqua Mammona". Ai tempi di Gesù i preti distinguevano la ricchezza (Mammona), tra ricchezza onesta e ricchezza disonesta. Per Gesù la ricchezza è sempre "ingiusta", perché in qualche maniera chi accumula, sottrae agli altri. Attraverso il paradosso dell’amministratore infedele, Cristo propone di usare il denaro, la ricchezza, per farsi degli amici. Chi sono questi amici? Coloro che non sono nel benessere.
Possiamo dire che Gesù teorizza una società del benessere, una economia dove l’uomo non è un fattore produttivo ma l’oggetto principale del progresso e della crescita economica. Una società dove l’efficienza produttiva sia finalizzata al benessere dell’uomo, nessuno escluso, nemmeno quelli che non sono cristiani.
Attenzione però, una società del benessere non deve diventare una società di fannulloni. Su questo punto San Paolo è stato chiarissimo “chi non vuol lavorare neppure mangi”, attenzione: non chi non può, ma chi non vuole. L’impegno nel lavoro è una componente importantissima nella teoria economica cristiana, come altrettanto importante è il riconoscimento del merito. Nella parabola dei talenti Gesù mette in evidenza che tra gli uomini ci sono diverse capacità, e quindi diversi compensi, l’unico escluso è quello che non si è dato da fare, quello che ha sotterrato il talento.
Riassumendo la teoria economica di Gesù prevede che tutti si diano da fare, che venga riconosciuto il merito, ma che nessuno sia nel bisogno, il tutto nel rispetto dell’ambiente, nulla di complicato.
E’ palese che il mondo segue regole diverse da quelle consigliate da Gesù, qui non si vuole esprimere un giudizio su quello che è giusto o meno, lo scopo è quello di evidenziare l’incompatibilità delle regole che ci governano con il cristianesimo, e tra tutte le regole quelle che disciplinano l’euro sono le più lontane dal messaggio cristiano. Ognuno è libero di scegliere quali valori seguire. Personalmente considero l’Euro non solo in contraddizione con il cristianesimo, ma anche illiberale e antidemocratico. Credo che chi si professa democratico, liberale e/o liberista, ed è un sostenitore dell’euro, sia in contraddizione tanto quanto lo sono i cattolici sostenitori dell’euro. Il paradosso è che l’anticristiano €uro è sostenuto ampiamente del mondo politico cattolico PD, NCD. Ma l'euro non è solo cattolico è anche sostenuto da una parte della cultura comunista, Rifondazione, SEL, l’Altra Eurpa con Tsipras, e anche da parte di sedicenti liberal-liberisti, Scelta Civica e FI. Un bel miscuglio di incoerenza.
Le incoerenze dei democratici (cristiani e non), dei comunisti e dei liberal-liberisti le vedremo in seguito, ritorniamo alle incoerenze dei cristiano-euristi. Nella seconda parte vedremo i valori anticristiani dell’euro

martedì 5 aprile 2016

SCANDOLO PETROLI RELOAD

Il primo scandalo dei petroli

Il 13 febbraio 1974i segretari amministrativi dei partiti di governo furono indagati dalla magistratura genovese per aver ricevuto fondi dall'Enel (compagnia elettrica di stato) e dalle compagnie petrolifere, secondo il giudice Mario Almerigi, la tangente era del 5 per cento sui vantaggi derivanti ai petrolieri dall'approvazione di quelle leggi; era dunque direttamente conseguente agli effetti dei vari provvedimenti legislativi e non una tangente su contratti, su forniture. Quel cinque per cento veniva ripartito, in proporzione al rispettivo peso politico, tra tutti i partiti di governo.


Il secondo scandalo dei petroli

 è una cosa da fidanzatini, nulla di grave. Il primo ministro tramite il suo portavoce fa una comunicazione importante per la governabilità del paese.

come avrà fatto Altan quarant'anni fa a prevedere tutto?

Questa vignetta è tratta dal libro Dieci anni Cipputi pubblicato nel 1986, la vignetta si riferisce al periodo 1976/77. Gruppo editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas Libri Spa.

domenica 27 marzo 2016

Per un pugno di barili di petrolio in più


La spettacolarizzazione della tragedia di Bruxelles, fatta in questi giorni, ha prodotto dei momenti di rottura nel palinsesto dell'informazione omologata al pensiero unico. Maurizio Crozza, Massimo Cacciari dalla Gruber e Massimo Fini alla Zanzara hanno espresso in modo dirompente e provocatorio, soprattutto Fini, una verità che nessuno vuole sapere, il terrorismo islamico dell'Isis ha radici politiche ed economiche e non religiose.
La conferma delle posizioni sostenute provocatoriamente viene da fonti americane. Robert F Kennedy Jr, figlio di quel Bob Kennedy assassinato a Los Angeles nel 1968, spiega le ragioni del conflitto in Siria e della nascita dell'Isis, La decisione americana di organizzare una campagna contro Bashar al-Assad non è iniziata a seguito delle proteste pacifiche della primavera araba del 2011, ma nel 2009, quando il Qatar ha offerto di costruire un gasdotto per dieci miliardi di euro che avrebbe dovuto attraversare Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia“.
E' stato il rifiuto del governo siriano di concedere il passaggio di un importante gasdotto proveniente dai paesi del Golfo verso l’Europa a scatenare l'instabilità; la Siria infatti, alleata di Russia e Iran, ha anteposto gli interessi economici di questi due paesi.
L'Isis è una creazione per proteggere gli interessi e la supremazia petrolifera dei paesi del Golfo alleati degli americani e nostri. La lettura completa dell'articolo di Robert F Kennedi Jr, anche se lunga, è utile per capire la situazione e uscire dallo schema del brutto, sporco e cattivo.
Ma la cosa che più rattrista dell'articolo di Kennedy Jr, sono le conclusioni a cui si arriva. Giovani islamici strumentalizzati uccidono giovani europei, le cui morti verranno strumentalizzate per continuare una guerra scatenata per i soliti motivi economici rivestiti di una patina di rispettabilità da una parte e di brutalità dall'altra. La cosa è talmente aberrante che si fa fatica a credere, infatti, preferiamo credere al fanatismo religioso, che esiste solo nelle menti bacate dei poveracci che si uccido per uccidere, ma non in coloro che hanno scatenato questo casino. Ma soprattutto i fanatici, di tutt'e due entrambi i lati, fanno comodo alle nostre pigre coscienze che non possono accettare che i nostri figli siano morti per un “un pugno di barili di petrolio in più”.





domenica 13 dicembre 2015

Bail-in, Bail-out: come scegliere una banca sicura con tutte le bail che circolano



Il messaggio che emerge dalla Leopolda è chiaro e incontestabile, la situazione italiana è grave, ma non è seria. Ed è sintomatico che quando non si può dare più il cattivo esempio, si danno buoni consigli, e a volte si dice la verità. E’ quello ch ha fatto l’ex ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli, nell’abbozzare una sua difesa, «L’Europa – argomenta Consoli – modificando le regole sul credito ed appesantendo le quote delle relative coperture, non ha tenuto in adeguato conto le peculiarità del sistema produttivo italiano penalizzando il fare banca tradizionale».
Peccato che le cose che dice Consoli, per chi non ha il prosciutto sugli occhi, erano note. Parafrasando un vecchio scritto di un umorista scomparso molti anni fa, la situazione può essere descritta in questo modo “Il risparmiatore “topo” accortosi di essere in trappola,  chiarisce subito che non è la trappola che lo preoccupa (il sistema bancario eurpeo, bail-in) ma la cattiva qualità del formaggio ( le obbligazioni subordinate) che hanno messo nella trappola. “
Qualsiasi soluzione gli azionisti delle popolari decidano di attuare mi permetto di suggerire questo lungo QED del prof. Bagnai. Se avranno la pazienza di leggerlo, dopo saranno ancora più arrabbiati, ma sapranno cosa li aspetta.
Se poi vi interessa sapere come scegliere una banca sicura potete andare qui.

sabato 1 agosto 2015

“Se poni una questione di sostanza, senza dare troppa importanza alla forma, ti fottono nella sostanza e nella forma.”



                 Questa frase di Giovanni Falcone fotografa in modo impietoso la situazione italiana ed europea.  Possiamo anche affermare senza ombra di dubbio che la situazione è grave ma non  seria.
            Per dimostrare queste affermazioni, non mie, prenderemo in considerazione alcuni eventi, precisamente: La BCE scopre l’acqua calda, le paradossali analogie tra Berlusconi e la Merkel, le inquietanti similitudini tra il nazismo e l’Euro. Analizzeremo questi aspetti dal più recente, BCE, al più antico, nazismo/Euro, lasciando nella terra di mezzo la Merkel e Silvio.
                Il Sole 24 Ore del 30 luglio riporta il giudizio della BCE: l’Italia cresce meno della media europea da quando c’è l’Euro. Meno male che lo dice la BCE, in Italia non l’aveva capito nessuno. Ma il capolavoro del comunicato BCE è nella forma, nelle motivazioni di questa disfatta.
Tra le motivazioni la Bce si concentra sulla scarsa propensione del nostro Paese nel procedere speditamente verso “un marcato aggiustamento dei costi unitari del lavoro”,  cioè ci dice chiaramente,  tra le righe, che la sostenibilità dell’area euro si fonda sulla flessibilità del costo del lavoro, non essendo possibile la svalutazione del cambio, in pratica i sacrifici vanno fatti dal lavoro e non dal capitale.  Quello che la BCE non dice è che assieme al lavoro chi ci rimette è anche il capitale legato al lavoro, la casa, l’azienda, l’unico capitale esente da sacrifici e tutelato dal cambio fisso dell’eurozona,  è il capitale finanziario. Infatti le nostre famiglie e le nostre piccole aziende sono state massacrate, sono diventate  i prestatori di ultima istanza, cioè i mone che paga, degli errori della finanza tutelata dal mostro che si chiama Euro. E’ evidente che la forma scomposta di certi attori politici contrari all’euro, nulla può davanti all’ineccepibile forma demagogico totalitaria della BCE. Se poni una questione di sostanza, senza dare troppa importanza alla forma, ti fottono nella sostanza e nella forma.”  
                L’altro aspetto paradossale è l’analogia tra Angela e Silvio. Silvio ha compiuto il capolavoro di far credere agli italiani, che i suoi interessi personali coincidessero con quelli del paese, Angela ha fatto credere a tutti gli europei che gli interessi della Germania coincidessero con quelli europei. Noi italiani l’abbiamo presa in quel posto due volte, due è meglio di una, diceva una nota pubblicità. C’è una piccola differenza tra i due. Berlusconi quando ha iniziato a tutelare l’Italia, minacciando di uscire dall’euro, lo hanno tirato giù dalle spese, ballerine e sospetti legami mafiosi non c’entravano nulla, era l’uscita dell’Italia che spaventava. Spaventava i principali concorrenti dell’industria italiana, ma soprattutto quella classe politica, di cui Silvio era parte integrante e quindi in conflitto d’interessi,  che grazie all’euro e ai bassi tassi d’interesse ha potuto tranquillamente continuare la sua opere predatrice e corruttrice. Silvietto l’hanno fatto fuori, mentre  l’Angela continua a violare i trattati europei e nessuno batte ciglio. La Germania con il suo surplus  commerciale oltre la soglia limite del 6% prevista dai patti europei, se ne frega delle regole, ma nessuno osa fiatare. Angela rispetto a Silvio è formalmente ineccepibile. Nessun politico europeo rinfaccia alla Germania le sue violazioni, e se nessuno fiata l’Angela fa bene a fare i casi suoi. La situazione è grave ma non è seria.
Nazismo ed Euro
 Siamo a Monaco, mentre La Guerra di Hitler devasta l’ Europa, un gruppo di coraggiosi giovani universitari decide di opporre una straordinaria resistenza nonviolenta al nazismo. Unica loro arma: i loro pensieri scritti nei volantini che diffusero nella Germania nazista.
Sophie assieme al fratello Hans e ad altri 5 studenti cattolici dell’Università di Monaco cercarono infatti di sensibilizzare gli altri studenti e la popolazione contro le aberrazioni del regime nazista esortando il popolo tedesco alla resistenza nonviolenta ed erano fermamente convinti della necessità di una ribellione.
I membri della Rosa Bianca, così si chiama il gruppo, rilasciarono in totale sei volantini e produssero anche un'ottantina di scritte murali in varie città della Germania, dipinsero slogan antihitleriani sui muri di Monaco e addirittura sui cancelli dell’ Universitá.
Tuttavia, il 18 febbraio del 1943, Sophie e il fratello Hans vengono scoperti ed arrestati mentre distribuiscono volantini alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco. Nei giorni a seguire gli interrogatori da parte di Robert Mohr, ufficiale della Gestapo, si trasformano in uno strenuo duello psicologico, conflitto esacerbante soprattutto quando Mohr offre a Sophie una via d uscita ma ad un costo: tradire i suoi ideali e fare i nomi degli altri componendi della Rosa Bianca. Sophie rifiuta l’ offerta.
Lei e il fratello Hans vengono immediatamente condannati a morte tramite decapitazione. Qualche giorno dopo la stessa sorte toccherà anche agli altri membri del gruppo.
Il gruppo della Rosa Bianca aveva avuto il coraggio di denunziare il regime nazista come un regime bugiardo, inoltre, avevano preso spunto dagli scritti del filoso cattolico vicentino Romano Guardini, il quale affermava l’esigenza di fare attenzione ad una forma di totalitarismo più subdola, quella non che viene imposta dall’alto, ma quella che viene dal basso.
Si tratta della rinuncia dell’esercizio della libertà, la rinuncia alla fatica di dover pensare con la propria testa. Infatti come afferma Guardini, la dittatura racchiude una grande tentazione, quella di “togliere al singolo il peso di dover pensare con la propria testa, di dover giudicare, decidere, rispondere del proprio destino”       
Il nazismo si fondava sulla menzogna, sulla strategia comunicativa di Goebbels, secondo il quale una menzogna ripetuta diventa una verità. La forma nel regime nazista era sostanza.
                Solamente chi non vuol vedere non vede le analogie tra il sistema coercitivo nazista e l’Euro, il caldo luglio greco ha mostrato il violento autoritarismo dell’euro, basato anch’esso sulla menzogna. Come non vedere l’analogia tra l’interrogatorio e le pressioni psicologiche a cui sono stati sottoposti i ragazzi della Rosa Bianca, con le pressione psicologiche a cui sono stati sottoposti i dirigenti greci. Come non vedere l’analogia con “il più Europa” e la riduzione della democrazia nei paesi dell’eurozona. Come non vedere il terroristico bombardamento mediatico sulle catastrofiche uscite dall’euro. Peccato che una Banca d’affari inglese abbia detto che l’Italia è il paese che più ha da guadagnare ad uscire dall’euro. Ma queste notizie non trovano riscontro tra i mezzi d’informazione ufficiali italiani. La Grecia è il più grande successo dell’Euro, ha detto il prof. Monti, il prossimo successo dell’euro sarà l’Italia, ci butteranno fuori, Wolfgang Schaeuble l’ha detto chiaramente che dall’euro si può uscire, mente, sapendo di mentire chi dice il contrario, ma prima di buttarci fuori devono completare l’opera di deindustrializzazione in atto. “No ghe xe peso orbo, de chi no vol vedare”, dice un vecchio proverbio veneto.

sabato 25 aprile 2015

Un saggio su fascismo e antifascismo



Riporto questo saggio di Marino Badiali e Massimo Bontempelli fra fine 2010 e inizio 2011. Interessante la sua attualità



1. Introduzione

L’autunno del 2010 verrà ricordato come l’inizio dell’autunno o del tramonto di Berlusconi. Il segnale più evidente di questo tramonto è forse l’attacco che i giornali da lui dipendenti hanno sferrato, all’inizio di ottobre, contro Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria. Si tratta evidentemente di una mossa disperata, dovuta all’incapacità da parte di Berlusconi di gestire i problemi e gli scontri interni ai ceti dominanti italiani. E’ del tutto ovvio che egli non può permettersi, senza minare le basi del suo potere, di attaccare i poteri rappresentati dalla Confindustria, e di portare lo scompiglio e l’insicurezza fra gli stessi vertici del potere reale nel nostro paese.

Il ciclo degli ultimi quindici anni della vita italiana, dominato, sul piano dell’immaginario diffuso, dalla “discesa in campo” di Berlusconi e dall’antiberlusconismo delle sinistre, ha segnato lo sprofondare del nostro paese in una declino sociale, civile e morale che si è tradotto in una ulteriore perdita di diritti dei lavoratori, in un costante abbassamento del reddito reale dei ceti medi e bassi, nella disgregazione del tessuto connettivo del paese, nel diffondersi della corruzione, nel controllo da parte della criminalità organizzata di vaste zone del territorio nazionale. Si tratta di fenomeni che stanno ormai mettendo in pericolo la coesione sociale e l’unità politica del paese.

Chi voglia opporsi a questa decadenza deve elaborare una interpretazione chiara e convincente di quanto sta accadendo, e noi intendiamo cominciare. Nel fare questo tenteremo di rispondere a tre domande. La prima: Berlusconi rappresenta un effettivo pericolo per la democrazia? E’ possibile cioè che, di fronte alla prospettiva della propria definitiva sconfitta, Berlusconi tenti la carta di una eversione della democrazia? La seconda: se si ammette il pericolo di una “dittatura berlusconiana”, ha senso allora parlare del berlusconismo come di una forma di fascismo? E infine ha senso, per combattere un tale “fascismo berlusconiano”, proporre lo schema dell’unità antifascista fra tutte le forze che si oppongono a Berlusconi? Si tratta, come è evidente, di domande alle quali è necessario rispondere se si vuole elaborare una strategia politica che blocchi la decadenza del nostro paese e allontani lo spettro della dissoluzione politica, sociale e morale della nazione italiana. Per chiarezza, anticipiamo subito le nostre risposte a queste tre domande. In primo luogo, riteniamo che Berlusconi rappresenti davvero un pericolo per la democrazia, e che la possibilità di una “dittatura berlusconiana” non sia esclusa. In secondo luogo, riteniamo che tale dittatura non avrebbe nulla di “fascista”, e che non avrebbe quindi senso proporre lo schema dell’unità antifascista contro di esso. Nel seguito cercheremo di argomentare queste tesi.


2. Feudalità criminale.

La realtà sociale e politica dell’Italia di oggi è espressione di fenomeni generali che fanno parte della fase attuale del capitalismo, ma possiede anche una sua specificità, legata sia ad aspetti storici di lunga durata sia alle dinamiche politiche degli ultimi anni. Volendo descrivere alcune di queste caratteristiche generali del mondo contemporaneo, abbiamo in passato usato le espressioni “capitalismo assoluto” o “totalitarismo capitalistico”[1]. Con esse intendiamo indicare il fatto che il rapporto sociale capitalistico è divenuto “assoluto”, cioè non ammette più nessuna (relativa) autonomia di istituzioni non economiche. Lo Stato diventa un’azienda, gli ospedali e le scuole diventano aziende, le stesse più intime relazioni umane devono venir gestite in termini “aziendali”. Questo totalitarismo ha come ovvio effetto lo svuotamento di ogni senso della politica. Se ogni decisione sull’economia è imposta dai mercati e tolta alla politica, quest’ultima si riduce ad una attività vacua e autoreferenziale. E questo è esattamente quello che succede: in tutto il mondo del capitalismo avanzato il ceto politico tende a non incidere minimamente sulla realtà sociale, che è abbandonata alle dinamiche dell’economia capitalistica. La politica in sostanza deve solo garantire la dinamica economica da ogni interferenza contraria, e raggiunge questo risultato appunto con la propria autoreferenzialità che la rende impermeabile alle sofferenze e ai conflitti che la dinamica economica fa sorgere nella società. In cambio di questa garanzia il ceto politico può vivere parassitariamente a spese della ricchezza sociale. Questa configurazione della realtà sociale vale per tutto il mondo occidentale. Ad essa si aggiungono però, in Italia, quelle specificità alle quali abbiamo sopra accennato. Per comprenderle, occorre partire dal fatto che in Italia vi è una tradizione storica per la quale la politica è una forma abbastanza diffusa di sbocco occupazionale dei ceti medi. Le origini di questa particolarità storica andrebbero probabilmente ricercate nel modo stesso in cui si è sviluppato in Italia il capitalismo industriale, con un forte intervento statale, ma per non andare così lontano basterà ricordare come questo aspetto della politica in Italia sia stato molto visibile durante il fascismo: Mussolini riuscì infatti a neutralizzare gli aspetti più eversivi del movimento fascista, e a fare del Partito fascista una semplice cassa di risonanza propagandistica della sua gestione per via burocratica dello Stato, grazie alla trasformazione dei quadri fascisti in funzionari stipendiati di enti statali o dello stesso Partito Nazionale Fascista. Se nell’immediato dopoguerra questo processo conosce una battuta d’arresto, perché il ceto politico emerso dalla Resistenza esprime una cultura diversa, esso però riprende rapidamente con la creazione degli apparati dei vari partiti di massa. L’episodio emblematico di tale processo è lo scontro che nella DC, poco prima della morta di De Gasperi, vede protagonisti lo stesso De Gasperi e Fanfani. Quest’ultimo vuole in sostanza che il partito si crei una base elettorale indipendente dalla Chiesa, e per questo ha bisogno di un ceto di funzionari stipendiati che viene creato sfruttando le risorse occupazionali dell’amministrazione pubblica. Gli altri partiti di massa della Prima Repubblica imiteranno il modello democristiano. A partire da queste premesse, attraverso una dinamica storica che sarebbe troppo lungo ricostruire qui, siamo arrivati alla situazione attuale, nella quale il ceto politico italiano appare come uno dei più estesi, dei più corrotti e dei più rapaci dell’intero mondo occidentale. Questo particolare fenomeno si deve alla sostanziale impunità di cui la corruzione politica ha potuto godere in Italia, con l’eccezione di pochi casi isolati e del momento storico di Mani Pulite. Le ragioni di questa sostanziale impunità stanno probabilmente in aspetti “di lunga durata” dell’Italia, che da molto tempo sono stati indicati all’attenzione pubblica (mancanza di senso dello Stato, “familismo amorale”). Il punto che qui vogliamo sottolineare è che, in presenza di una occupazione delle strutture pubbliche da parte dei partiti, la sostanziale impunità della corruzione genera un ceto politico che si espande sempre di più. Infatti, in mancanza di repressione dei comportamenti illegali, la forza di cui ciascun politico dispone nelle lotte per il potere è direttamente proporzionale alle dimensioni delle propria corte di clienti. Il progressivo estendersi di queste corti clientelari, dovuto anche al progressivo venire meno, in larga parte dell’opinione pubblica, di ogni tipo di resistenza alla corruzione generalizzata, crea alla fine un problema di risorse. Le stesse risorse statali diventano insufficienti e il ceto politico, per finanziarsi, si introduce nel mondo dell’economia, non ovviamente per dirigerla o indirizzarla (il che sarebbe in contrasto, come dicevamo all’inizio, con la natura stessa della politica contemporanea), ma per diventare mediatore d’affari e lucrare guadagni. Questo avviene in tanti modi diversi, per esempio grazie al controllo del territorio di cui dispone il politico e al fatto che è necessaria la sua mediazione per mettere in opera progetti di costruzioni di un tipo o dell’altro, oppure grazie alla possibilità per il politico di far saltare agli imprenditori “amici” le lungaggini burocratiche effettivamente presenti in Italia. Il fenomeno Berlusconi si inserisce in questa dinamica e ne rappresenta la summa perfetta.

La sostanza del “fenomeno Berlusconi” ci sembra infatti la seguente: Berlusconi è riuscito a scalare tutti i gradini del potere economico e politico perché ha saputo trarre decisivi vantaggi competitivi da una sistematica e sfacciata violazione di ogni regola esistente. Negli anni Sessanta era soltanto un palazzinaro di modeste risorse, a cui spesso difettavano i denari da investire in nuove costruzioni. Benché partito da questa modesta base economica, negli anni Settanta è diventato il più grande imprenditore edile milanese, perché non ha rispettato quasi nessuna regola dell'attività edilizia legale, e perché i suoi cantieri hanno veicolato capitali della mafia siciliana. Berlusconi non era un mafioso, ed all'inizio è stato piuttosto ricattato dalla mafia palermitana dei Bontade, ma questo rende ancora più significativo il fatto che egli si sia affermato violando le regole, perché lo ha fatto sfruttando una situazione esistente che gli consentiva di farlo. Negli anni Ottanta è diventato il più grande imprenditore televisivo italiano perché ha violato le regole allora esistenti sull'emittenza televisiva, sancite addirittura da una sentenza della Corte Costituzionale del 1976. Anche in questo caso, lo ha fatto perché poteva farlo, in quanto era protetto dal governo sfacciatamente corrotto di Bettino Craxi, al quale in cambio offriva il sostegno delle sue televisioni. Negli anni Novanta, prima ancora di presentarsi alle elezioni con un suo partito, ha manovrato grandi risorse finanziarie (senza le quali non avrebbe potuto primeggiare anche in politica) grazie a molteplici illeciti finanziari e a massicce evasioni fiscali, sfruttando la nota tolleranza dello Stato italiano verso gli evasori. L'intera vicenda mostra che Berlusconi non è l'uomo che ha inventato i mali italiani, ma è quello che ha saputo trarne il massimo vantaggio, e che, di conseguenza, ha contribuito ad aggravarli e diffonderli. Berlusconi, in altre parole, è emerso ai vertici del potere italiano sull'onda di un preesistente e contestuale sviluppo, nel nostro paese, di un “capitalismo mafioso” associato ad uno Stato debole. Parliamo di capitalismo mafioso non nel senso stretto della parola, cioè di un capitalismo i cui capitali provengano dai guadagni delle attività della criminalità organizzata, ma in un senso più lato e significativo. Può considerarsi mafioso un capitalismo predatorio di risorse pubbliche, di cui ci si appropri, al di fuori di ogni regola pubblica, uscendo vittoriosi dagli scontri tra contrapposti interessi privati. Per il capitalismo mafioso così inteso è essenziale un controllo sulla politica, per controllare la concessione degli appalti e l'erogazione della spesa pubblica. Ciò presuppone, a sua volta, uno Stato debole, dove per “debole” si intende qui politicamente incapace di dettare e far rispettare regole generali che disciplinino il perseguimento degli interessi economici particolari. L'egemonia politica di Berlusconi è quindi stata espressione dell'ascesa al potere di una serie di potentati affaristici interni al capitalismo mafioso nell'accezione suddetta. Alla luce di questo contesto dell'egemonia politica di Berlusconi, appare chiaro il motivo profondo del suo attuale tramonto. Nessun regime istituzionale, infatti, può reggersi di fronte alla violazione totale e sistematica di ogni vincolo di natura pubblica. Ogni regime conosce fenomeni più o meno estesi di illegalismo rispetto ai suoi propri principi di legalità. Se però l'arbitrio dei suoi poteri diventa l'unico principio regolatore dei rapporti economici e sociali, l'organizzazione sociale e politica si sfalda alla fine, necessariamente, in una arena di feudi affaristico-criminali in reciproco conflitto almeno potenziale. Il capitalismo mafioso, inteso nel senso lato sopra indicati, si evolve quindi in una sorta di feudalesimo criminale. La realtà dei ceti dominanti oggi in Italia, al tramonto di Berlusconi, si presenta quindi come una labile confederazione di potentati politico-imprenditoriali, in continua lotta per le risorse da accaparrare. Il sostanziale illegalismo di questi potentati esprime il carattere fortemente instabile della situazione. Un rispetto (sempre parziale e relativo) della legalità significa infatti, per i ceti dominanti, la protezione dagli effetti altrimenti devastanti dei loro conflitti. L’illegalismo significa che nessuna regola è rispettata e in questa situazione nessuna configurazione del potere può essere protetta.

Tutto ciò crea per la democrazia italiana un pericolo di tipo nuovo. L’insieme di questo mondo della corruzione politico-imprenditoriale ha bisogno di un potere politico che renda intoccabile la corruzione rendendo inoffensive e inoperanti le varie forme di controllo di legalità degli atti sociali. Poiché questo non si può fare all’interno del quadro delle regole di uno Stato di diritto, appare evidente che il mondo della corruzione politico-imprenditoriale rappresenta la base sociale di una possibile dittatura. Le caratteristiche di questa dittatura sarebbero naturalmente diverse da quelle delle dittature del Novecento. Invece di attivizzare le masse inquadrandole nei ranghi del Partito-Stato, la nuova dittatura cercherebbe la completa riduzione dei cittadini a fruitori passivi dello Spettacolo. E l’obiettivo unificante di una tale dittatura non sarebbe né la gloria della Nazione né la Rivoluzione Proletaria, ma l’abbattimento di tutti i poteri di controllo sulla corruzione dei potenti. Si tratterebbe inoltre, come abbiamo accennato sopra, di una dittatura poco stabile, perché basata su potentati in feroce lotta fra di loro per le risorse. Una tale dittatura non verrebbe realizzata attraverso una presa violenta del potere (la marcia su Roma), ma attraverso lo stravolgimento del normale funzionamento dei meccanismi istituzionali. La Costituzione della Repubblica Italiana prevede infatti, come tutte le Costituzioni liberaldemocratiche, meccanismi di controllo che impediscono ad una maggioranza governativa di eccedere i limiti stabiliti del proprio potere e di conculcare i diritti della minoranza e dei cittadini in genere. Si tratta dei meccanismi che oggi vengono comunemente indicati con la formula inglese dei checks and balances. Il punto è che nella nostra Costituzione tali meccanismi sono strettamente collegati al fatto che i Padri costituenti avevano immaginato per l’Italia un meccanismo elettorale di tipo proporzionale, nel quale quindi un singolo partito aveva scarse possibilità di conquistare larghe maggioranze. Dato questo punto di partenza, la principale forma di controllo inserita nella nostra Costituzione è legata al fatto che una serie di meccanismi cruciali per l’equilibrio istituzionale (elezione del Presidente della Repubblica, cambiamenti della Costituzione), richiedono larghe maggioranze e quindi, all’interno di un meccanismo di voto proporzionale, richiedono l’accordo fra forze diverse, rendendo quindi difficile che la singola forza politica possa occupare tutti questi punti nevralgici. Lo stravolgimento del sistema elettorale italiano, con l’abolizione del meccanismo proporzionale, ha eliminato questi delicati meccanismi di controllo, rendendo quindi possibile uno stravolgimento della Costituzione operato senza formalmente trasgredirla. Si può infatti pensare ad una elezione che venga largamente vinta da Berlusconi e che dia vita ad un Parlamento largamente sotto il suo controllo, che lo elegga Presidente della Repubblica e che gli sottometta la maggioranza dei giudici della Corte Costituzionale. In tale situazione il Parlamento potrebbe votare qualsiasi legge che stravolga totalmente la nostra Costituzione ed essa verrebbe approvata sia dal Presidente della Repubblica sia dalla Corte Costituzionale. Esiste la possibilità che Berlusconi diventi il dittatore di una tale dittatura. Non è lo scenario secondo noi più probabile, nella situazione odierna (autunno 2010). E’ infatti evidente che i ceti dominanti italiani hanno deciso di liberarsi del personaggio Berlusconi, ed è pure evidente che egli non gode dell’appoggio degli Stati Uniti, che hanno sempre giudicato negativamente i suoi rapporti con la Russia di Putin. Pur non essendo l’eventualità più probabile, la dittatura berlusconiana è comunque una possibilità. Berlusconi si trova infatti in una situazione nella quale non esiste per lui alternativa tra una discesa nella rovina politica e personale e un’ascesa all’esercizio di una dittatura di fatto. E’ ovvio come in una tale situazione tutti i suoi comportamenti pubblici siano suscitati da una pulsione incoercibile a stravolgere ogni regola costituzionale che si frapponga come ostacolo all’ascesa. Se tale stravolgimento fosse portato a compimento, ci ritroveremmo nella situazione appena indicata, con quest’uomo superficiale, vacuo, privo di ogni base culturale e senso dello Stato, nell’alto seggio di Presidente della Repubblica, circondato da un parlamento con una maggioranza disposta a fare tutte le leggi da lui volute, e da una Corte Costituzionale riempita di membri da lui dipendenti, e mai disposta, quindi, ad abrogare le sue leggi anche se palesemente incostituzionali. La situazione attuale di Berlusconi mostra una certa analogia con quella di Mussolini nel ’24, all’indomani dell’omicidio Matteotti. Anche in quel caso, vi erano evidenti segni di un inizio di sfaldamento del partito di regime, con passaggi all’opposizione di diversi suoi esponenti. Anche in quel caso, la tensione politica era accentuata da problemi giudiziari del capo del governo (Mussolini aveva ricevuto tangenti dalla ditta petrolifera Sinclair Oil, una controllata della Standard Oil). Anche in quel caso, in sostanza, il capo del governo si trovava costretto alla scelta fra la rovina politica e personale e l’abbattimento delle regole democratiche con conseguente creazione di una dittatura personale. Sappiamo come finirono le cose allora. Oggi, l’unico esito che potrebbe salvare Berlusconi sarebbe la creazione di una dittatura, nelle forme sopra indicate. Una simile dittatura sarebbe nata da, e si eserciterebbe su, una società eticamente collassata, tenuta insieme dai circuiti del consumismo e dello spettacolo, con una parte della popolazione sempre più privata di lavori, redditi, consumi e servizi, e quindi sempre più marginalizzata dai processi sociali e ridotta ad elemento della loro disgregazione, ed un’altra parte della popolazione capace di ottenere e consumare risorse attraverso meccanismi corruttivi. La questione di fondo per voglia combattere contro la dissoluzione dell’Italia sta però in questo: anche se l’eventualità di una dittatura berlusconiana non dovesse verificarsi, e Berlusconi fosse costretto a uscire di scena in un modo o nell’altro (e questo, ripetiamo, è ciò che riteniamo più probabile), il sistema di feudalesimo criminale che ha portato al potere Berlusconi non verrebbe intaccato, e il pericolo che esso rappresenta per l’Italia non verrebbe scalfito. Dall’analisi che abbiamo sopra svolto si possono infatti trarre precise indicazioni per il futuro, che sono le seguenti.

In primo luogo, la fine dell'egemonia politica di Berlusconi non rappresenterà alcun indebolimento di quel capitalismo mafioso su cui la sua egemonia è stata costruita. Le forze sociali costitutive del berlusconismo rimarranno forti ed operanti come prima. In secondo luogo, le tensioni interne al capitalismo mafioso che sono all'origine del tramonto di Berlusconi non verranno attenuate, ma si riproporranno addirittura accentuate, sia per il crescente morso della crisi economica, sia per l'uscita di scena di Berlusconi. Fino ad ora, infatti, tali tensioni sono state attenuate proprio perché si sono trasferite sul personaggio Berlusconi, creando l'illusione prima che potessero essere regolate in maniera soddisfacente dal suo potere arbitrale, poi, che, rimosso Berlusconi, sparirebbero diversi problemi creati soltanto dai suoi interessi personali. Naturalmente non sarà così. Dopo Berlusconi continueranno come prima, ed anzi più di prima, gli scontri fra cordate affaristico-mafiose prive delle risorse con cui soddisfare la fame di tutte, e tra gruppi sociali sempre più estesi investiti dal malessere sociale. Assisteremo ad uno sgranarsi di episodi di guerra civile strisciante, non tra partiti o ideologie, ma tra gruppi sociali e territoriali. In terzo luogo, i governi che succederanno a quelli di Berlusconi potranno essere molto più decenti e presentabili sul piano interno e internazionale. Il loro modo di operare all'interno dei palazzi del potere sarà certamente meno scorretto, sguaiato e indecente di quello dei ministri dell'epoca berlusconiana. Tuttavia non saranno assolutamente in grado, per ragioni che qui sotto molto succintamente esponiamo, di contrastare la virulenza e la proliferazione del capitalismo mafioso che sta divorando l'Italia, e quindi di arrestare i processi di decadenza civile e sociale del paese.

L'errore più grave che si possa commettere in questa situazione è infatti quello di considerare ragionevole che forze interne all'attuale ceto politico possano, dopo aver scalzato Berlusconi, invertire l’attuale tendenza alla decadenza. Si tratta di un'illusione ottica creata da una forte e naturale pressione emotiva: cosa può esserci di peggio di un Berlusconi che capovolge la situazione e riconquista governo e maggioranza? Cosa ci può essere di più orrendo di una maggioranza parlamentare che elegga Berlusconi Presidente della Repubblica, e quindi “custode e garante” della Costituzione? Cosa ci può essere di più pericoloso di una dittatura berlusconiana sulla vita politica del paese? Questi esiti appaiono così ripugnanti ad ogni persona sensata da far pensare che valga la pena, pur di evitarli, di promuovere alla guida del governo persino capi politici come Bersani, Rutelli, Casini e Fini. Chiunque, insomma, andrebbe bene purché Berlusconi uscisse dalla scena. Se ci si affida alla razionalità si può capire quanto questa impostazione sia sbagliata. Per comprenderlo facciamo un passo indietro nella storia di questo paese. Berlusconi ha conquistato la guida del governo una prima volta con le elezioni del marzo 1994, sull'onda di un sostegno popolare assai vasto, che aveva però il suo asse portante nelle forze e nelle capacità di influenza del capitalismo mafioso. Ciò nonostante il suo governo è durato soltanto dieci mesi, e nel 1995 l'evoluzione della vita politica italiana sembrava averlo messo definitivamente da parte. Il suo ritorno alla guida del governo nel 2001, con maggiore stabilità e più penetranti poteri, è avvenuto perché negli anni Novanta il capitalismo mafioso si è rafforzato e maggiormente diramato nel paese. In quegli anni, però, non ha governato la destra, ma il centro-sinistra, con maggioranze estese fino a Rifondazione comunista. La logica implicazione di ciò è che i governi di centro-sinistra non hanno contrastato, ma anzi favorito, lo sviluppo delle forze sociali a cui Berlusconi apparteneva e da cui traeva sostegno. Sei anni di governi con maggioranze di centro-sinistra, dunque, hanno concimato il terreno per i successivi trionfi berlusconiani. Né è difficile trovare fatti che costituiscano prove decisive di ciò che abbiamo visto implicato dalla stessa logica dell'intera vicenda. Secondo il senso comune di sinistra, uno dei migliori governi dell'epoca è stato quello diretto da Carlo Azeglio Ciampi. Non c'è dubbio che Ciampi sia una persona sobria ed individualmente per bene (lontanissimo dall'indecenza dei “berluscones”), e tuttavia è stata la sua legge bancaria, emanata con decreto legislativo del 1° settembre 1993, ad aprire alle banche le praterie delle acquisizioni azionarie di società industriali e delle speculazioni finanziarie, fornendo così un alimento decisivo allo sviluppo del capitalismo mafioso. Ed è stato il decreto-legge di Ciampi del 24 settembre 1993 a sancire che per le privatizzazioni che stavano per essere avviate non dovessero valere le regole della contabilità generale dello Stato, aprendo la strada alle svendite sottocosto e corruttive dei beni pubblici. Grazie a questa legge l'IRI di Romano Prodi ha potuto consegnare a prezzi irrisori, alla fine del 1993, una delle maggiori banche pubbliche italiane, il Credito Italiano, a una cordata di finanzieri italiani e stranieri (che l'hanno pagata in parte con danaro prelevato dalla banca stessa), dando così una spinta decisiva ad una finanziarizzazione dell'economia funzionale allo sviluppo del capitalismo mafioso. Il primo governo Prodi, uscito dalle elezioni del 1996, che nel senso comune della sinistra passa come uno dei migliori governi dell'ultimo ventennio, ha dato il massimo impulso alla finanziarizzazione dell'economia ed al capitalismo mafioso con la sciagurata privatizzazione della STET nel 1997, senza la quale non avrebbe potuto verificarsi, anni dopo, il saccheggio della Telecom da parte di Tronchetti Provera, e l'uso della Telecom stessa per finalità illecite. Naturalmente ognuno di questi punti, e diversi altri ancora, andrebbero analizzati più in dettaglio, cosa che qui non è sensato fare [2]. Quel che vogliamo dire è che l'epoca dei governi del centro-sinistra degli anni Novanta non ha favorito la rinascita di Berlusconi soltanto in quelli che sono considerati dall'opinione pubblica di sinistra i suoi “errori” (il non aver affrontato la questione del conflitto d'interessi di Berlusconi ed averlo legittimato come padre costituente nella Bicamerale di D'Alema), ma l'ha favorita anche e soprattutto con tante scelte di promozione del capitalismo mafioso che quell'opinione pubblica di centrosinistra ha voluto dimenticare. Berlusconi, sconfitto alle elezioni del 2006, è tornato al governo più prepotente di prima dopo altri due anni di governo Prodi. Insomma, ogni volta che ha governato il centro-sinistra, non ha fatto che preparare la strada al ritorno di una destra ancora più incarognita. Tutto ciò dipende dal fatto che il ceto politico di centro-sinistra non ha, per ragioni che tra poco diciamo, i mezzi culturali, le competenze, e le intenzioni concrete, di modificare le linee di tendenza dello sviluppo socio-economico. Ma se queste tendenze non vengono modificate, l'Italia non può che precipitare sempre più nel baratro. In maniera del tutto indipendente dal fatto che chi la dirige sia una personalità indecente come Berlusconi, o una personalità più o meno presentabile o addirittura soggettivamente in buona fede. La lotta contro Berlusconi è inutile se non pone al centro dell’agenda la bonifica del terreno da cui nasce il berlusconismo, cioè il terreno della dilagante corruzione politico-imprenditoriale. Se non si bonifica questo terreno, l’eventuale caduta di Berlusconi non risolverà nulla, e i fenomeni degenerativi che ora associamo al nome di Berlusconi si riprodurranno in seguito a percorsi oggi imprevedibili.

Torniamo alla situazione del nostro paese. L'Italia sta precipitando in un baratro spaventoso perché disfatta da un triplice collasso: della sua coesione sociale (crescenti ineguaglianze di reddito, devastante precarizzazione del lavoro e della vita, assenza di tutele sociali), del suo territorio (inquinamento dell'aria, dei suoli e delle acque, dissesto idrogeologico, invasione dei rifiuti), e della sua vita civile (corruzione generalizzata e capillare, giustizia lenta e costosa, mancanza di senso morale nelle relazioni sociali, inversione tra meriti e demeriti).L'esito più probabile di futuri governi (siano essi governi ancora berlusconiani oppure no) sarà, quindi, un caos sempre più accentuato e la deriva del paese, magari più lenta, verso la condizione di una specie di Somalia più sviluppata e meno insanguinata. Sicuramente non è questo l'esito gradito ai poteri che si sono ora orientati a scalzare Berlusconi ed a favorirne la successione. Per tali poteri, però, l'unica opzione confacente ai propri interessi, e praticabile di fronte all’attuale crisi economica, è quella di salvare se stessi e abbandonare i ceti medi e bassi alla devastazione sociale. Al di là delle loro intenzioni, quindi, essi produrranno tale esito. Su un periodo più lungo, questa opzione non potrà essere gestita all'interno delle forme istituzionali, anche soltanto esteriori, che hanno contrassegnato l'Italia del secondo dopoguerra. Lo sbocco finale di questa strada, se fosse percorsa per intero, sarebbe quindi uno stravolgimento autoritario che farebbe passare l'Italia da una specie di Somalia ad una specie di Cina, dove un potere forte verso i deboli e gerarchicamente coeso al suo interno, impone regole limitatrici degli scontri di potere ai vertici, e promotrici di uno sfruttamento feroce delle classi lavoratrici. In sostanza, se non interviene una decisa rivolta del popolo italiano contro gli attuali ceti dominanti, le uniche prospettive che abbiamo di fronte sono, nel breve periodo, quella di una dittatura berlusconiana da una parte e di governi antiberlusconiani, ma incapaci di arrestare la decadenza del paese, dall’altra. Nel medio-lungo periodo entrambe queste opzioni porteranno, per strade diverse, ad una soluzione di tipo “cinese”. Lo scenario che abbiamo fin qui delineato è chiaramente uno scenario da incubo, nel quale viene messa in questione la stessa sopravvivenza della società italiana. Ma questo incubo non è fascismo. Per capire questo punto, e discutere le altre questioni di cui abbiamo accennato all’inizio, dobbiamo adesso discutere cosa debba intendersi per fascismo.


3. Cos’è il fascismo?



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